L’affascinante storia di Orvieto inizia nel IX-VIII sec. a.C. quando la rupe venne abitata per la prima volta da popolazioni etrusche. Tale insediamento è stato infatti identificato con il centro etrusco di Velzna (in latino Volsinii), una città fiorente a partire dagli inizi del VI sec. a.C. Questa floridezza economica era principalmente basata sulla produzione delle ceramiche (bucchero) e sulla lavorazione del bronzo.
Dal punto di vista politico Velzna fu in primo piano nella lotta contro l’espansionismo romano, per cui nel 254 a.C., occupata dall’esercito nemico, venne rasa al suolo. Alla distruzione della città segui la diaspora degli abitanti che, in gran parte, vennero trasferiti forzatamente sulle alture dominanti il lago di Bolsena.
A questa epoca sembra risalire il nome della città infatti Velzna diventa Volsinii-veteres o anche Urbs Vetus (città vecchia) in contrapposizione con Volsinii-novi, l’odierna Bolsena.
Al tempo delle invasioni barbariche Orvieto fu occupata da Alarico e da Odoacre. Vitige ne sfruttò la forte posizione naturale per farne un caposaldo difensivo nella guerra contro i Bizantini che Belisario riusci‘ a conquistare dopo un aspro assedio nel 538 d.C. e Totila rioccupò temporaneamente prima della definitiva sconfitta gotica.
Nel 596 Orvieto fu occupata dal longobardo Agilulfo ed ebbe un proprio vescovo e piu‘ tardi, nel 606, i propri conti. Un conte di Orvieto, Farolfo, nel quadro della rinascita religiosa voluta dall’imperatore Ottone III, promosse con la collaborazione di San Romualdo la fondazione di abbazie e monasteri nel territorio circostante. Nel XI secolo Orvieto si costitui in Comune. Cominciarono a sorgere le torri e i palazzi dei nobili del contado trasferitisi in città.
L’istituzione del Comune è testimoniata a partire dal 1137. Venti anni dopo venne firmato un trattato col papa Adriano IV, che aumentò l’influenza pontificia sulla città e dette via allo scontro tra le fazioni guelfe (filopapali) e ghibelline (filoimperiali), destinato a prolungarsi nel tempo e a segnare la successiva storia cittadina.
Orvieto divenne ben presto roccaforte guelfa dell’Italia centrale contro i ripetuti attacchi dei fuoriusciti ghibellini e degli imperatori svevi, Federico I ed Enrico IV. Al 1199 risale la nomina papale del primo podestà, Piero Parenzo, ucciso piu‘ tardi in seguito alle lotte cittadine fra le opposte fazioni dei Monaldeschi (guelfi) e dei Filippeschi (ghibellini).
Il duecento vide progressivi assestamenti istituzionali, che portarono alla creazione del Consiglio Generale dei Quattrocento (1215), all’elezione del Capitano del Popolo (1250), alla formazione di un governo degli anziani delle arti con un priore (1256) e, infine alla creazione della magistratura dei Signori Sette (1292).
Nel frattempo la giurisdizione comunale si estese dal Monte Amiata fino ad Orbetello. La vitalità del centro si riflette nell’attività edilizia, vengono infatti edificate le chiese di San Lorenzo degli Arari, di San Francesco, di San Domenico, di Santa Maria dei Servi, del complesso monumentale di Sant’Agostino, ed edifici pubblici quali il Palazzo Comunale, il Palzzo del Popolo e il Palazzo Papale. Infine, nel 1290, ebbe inizio la costruzione del duomo.
Nel 1281-84, il papa Martino IV vi si stabili‘ riempiendo la città di Francesi, contro i quali il popolo si ribellò. Riaccesesi le lotte, i Filippeschi furono nell’agosto del 1313 cacciati. Sorsero le fazioni dei Beffati e dei Malcorini, nelle quali si divisero i Monaldeschi. Nel 1334 Orvieto trova in Ermanno Monaldeschi della Cervara il suo primo Signore che domina fino al 1337, anno della sua morte.
Nel 1354 il Cardinale Albornoz occupò Orvieto sottomettendola allo stato della Chiesa. La città però conservò le sue istituzioni comunali diventando piu‘ tardi il capoluogo della quinta provincia dello stato pontificio.
Nel 1860 Orvieto fu annessa al Regno d’Italia.
Lo stemma di Orvieto
La corona che sovrasta lo stemma e‘ quella Reale del Medioevo. L’insegna rossa e turchina, dove esso posa fu concessa alla citta‘ dagli imperatori Ottoni di Sassonia. Quando Ottone II fini‘ col riconoscere l’autonomia della citta‘ rappresentata da cento famiglie che composero, all’origine delle democrazie italiane (comuni), il suo primo popolo sovrano.
Croce: croce rossa in campo bianco, fu impressa sul gonfalone dai Crociati rimpatriati. Rappresenta i colori e l’insegna del libero Comune guelfo, retto a base popolare. L’aquila nera con la corona fu data ad Orvieto da Roma per l’alleanza contro Viterbo, mentre il rastrello d’oro sul petto dell’aquila fu concesso da Carlo d’Angio‘ a ricordo della sua elevazione a Re di Puglia e Sicilia da Urbano IV e della sua incoronazione ad opera di Clemente IV, avvenuta in Orvieto nel 1277.
Leone rampante: assai simile al marzocco fiorentino con lo stocco nella zampa destra, ricorda la lunga alleanza di Orvieto con Firenze. Le chiavi decussate che il leone stringe sulla sinistra furono date con il motto „fortis et fidelis“ da papa Adriano IV per il sicuro soggiorno assicurato dalla citta‘ alla Santa Sede. L’oca: per le origini etrusche della citta‘ ed il suo successivo stato di colonia romana, sacra alla dea Giunone, un’oca simbolica sullo scoglio, in atto di lasciar cadere il sasso rappresento‘ inizialmente l’intero stemma di Orvieto.
Epoca Medievale
Introduzione
« O di cento castella alma signora,
come di tante gemme una non resta sul tuo crine ancora ?
(Giovanni Cozza – Ad Orvieto – Canzone)
Quando anche per l’impero romano arriverà una crisi irreversibile (III secolo d.C.) e Volsinii sarà nuovamente invasa e devastata (V-VI secolo d.C.), la città in rovina verrà a sua volta abbandonata dagli abitanti che ritornarono ad occupare la rupe orvietana. Da questo momento ad Orvieto si alternano varie vicende.
Divenuta dominio dei Goti, viene liberata da Belisario nel 538.
Successivamente dopo l’istituzione del Ducato di Spoleto divenne Longobarda.
Nel 596 Orvieto fu infatti occupata dal longobardo Agilulfo ed ebbe un proprio vescovo e piu‘ tardi, nel 606, i propri conti.
Nel XI secolo Orvieto si costitui in Comune. Poco prima dell’anno mille la città tornò a rifiorire espandendo la sua struttura urbanistica costruendo fortificazioni, torri, chiese e palazzi.
L’istituzione del Comune è testimoniata a partire dal 1137. Venti anni dopo venne firmato un trattato col papa Adriano IV, che aumentò l’influenza pontificia sulla città e dette via allo scontro tra le fazioni guelfe (filopapali) e ghibelline (filoimperiali).
Orvieto divenne una roccaforte guelfa dell’Italia centrale contro i ripetuti attacchi dei fuoriusciti ghibellini e degli imperatori svevi: Federico I ed Enrico IV.
Il duecento vide progressivi assestamenti istituzionali, che portarono alla creazione del Consiglio Generale dei Quattrocento (1215), all’elezione del Capitano del Popolo (1250), alla formazione di un governo degli anziani delle arti con un priore (1256) e, infine alla creazione della magistratura dei Signori Sette (1292).
Nel frattempo la giurisdizione comunale si estese dal Monte Amiata fino ad Orbetello.
Il periodo è particolarmente fiorente anche nell’attività edilizia, vengono infatti edificate le chiese di San Lorenzo degli Arari, di San Francesco, di San Domenico, di Santa Maria dei Servi, del complesso monumentale di Sant’Agostino, ed edifici pubblici quali il Palazzo Comunale, il Palzzo del Popolo e il Palazzo Papale.
Nel 1290, ebbe inizio la costruzione del duomo.
Nel 1281-84, il papa Martino IV si stabilì ad Orvieto riempiendo la città di Francesi, contro i quali il popolo si ribellò. Dopo aspre lotte, i Filippeschi furono cacciati nell’agosto del 1313. Sorsero le fazioni dei Beffati e dei Malcorini, nelle quali si divisero i Monaldeschi.
Nel 1334 Orvieto trova in Ermanno Monaldeschi della Cervara il suo primo Signore che domina fino al 1337.
Nel 1354 il Cardinale Albornoz occupò Orvieto sottomettendola allo stato della Chiesa.
La chiesa e gli ordini religiosi
Tramite i suoi possedimenti il Papa percepiva a nome del beato apostolo Pietro le rendite di mezza Italia. Le provincie donate al Papa da re Pipino (anno 755) avevano già fatto intendere di non volerne più sapere dei satrapi di Bisanzio, nè dei re longobardi. “Esse accettavano l’autorità di dominio territoriale del papa che era l’uomo più possente d’Italia e capo della nazione latina“.
Orvieto non era compresa nella prima donazione, in quanto apparteneva a quel tratto di territorio chiamato: TUSCIA LONGOBARDORUM.
Nell’anno 774, quando Carlomagno scese contro Desiderio, che aveva mancato di restituire a san Pietro i suoi possessi, si nomina la tuscia longobardica e si fa cenno degli antichi diritti che vi pretendeva la Chiesa.
Probabilmente Ludovico Pio, confermando gli atti di Pipino e di Carlomagno, restituisce Orvieto a Papa Pasquale I nell’anno 817; atto confermato poi da Ottone a Giovanni XII nel 962; e da Enrico imperatore a Benedetto VIII nel 1020.
Ma se l’impero aveva ceduto, restava da vincere la ritrosia dei grandi feudatari e le tendenze dei popoli che agognavano all‘ autonomia e alla propria indipendenza per erigersi in Comune.
ORDINI RELIGIOSI
Orvieto, proprio in quanto sempre più esposta all’autorità papale, con il passar del tempo divenne sede di vari ordini religiosi.
Nel 1232 vi prendevano dimora i frati di San Domenico, prima del 1240 quelli di San Francesco, nel 1259 i Servi di Maria e nel 1260 i frati eremitani di Sant’Agostino.
L’ordine delle Clarisse fu presente da tempi remoti, la prima sede fu costruita nel 1228 fuori dalla città in San Lorenzo in Vineis fino a quando nel 1436 il vescovo Francesco Monaldeschi le condusse dentro le mura nel monastero di San Lodovico. Più tardi venne istituito un nuovo convento, edificio costruito accanto alla chiesa di Santa Chiara.
ORVIETO ED I PAPI NEL MEDIOEVO
Notizie di Papi ad Orvieto nei secoli precedenti l’istituzione dell Comune sono rare ed incerte.
Sembra, anzi, che Orvieto prima del pontificato di Papa Adriano IV, a causa di conflitti civili e religiosi, si fosse allontanata dall’autorità della Chiesa.
Il Comune si andava affermando pur tra i contrasti delle sue fazioni e quando la Tuscia Longobardica fu resa al Papa (compresa Orvieto) i legami furono nuovamente consolidati.
Adriano IV, è certo, giunse ad Orvieto nel 1156. Leone da Orvieto, antico cronista della chiesa, così ricorda l’evento: “ Hic primus dicitur Papa fuisse, qui in Urbeveteri cum curia sua moram traxit.” Nel febbraio 1157 i cardinali delegati dal Papa firmarono un trattato con Orvieto rappresentata dai suoi Consoli. I Consoli fecero atto di “ligio” cioè il giuramento al Papa e prestarono fedeltà a Lui ed ai suoi successori. L’atto era di grande importanza per Orvieto in quanto si documentava il vassallaggio al Papa, ed un’investitura a favore della città. Era il riconoscimento del nuovo ordine con un patto di lega tra Chiesa e Comune.
Guelfi e Ghibellini, Monaldeschi e Filippeschi
Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!
(Dante Alighieri, La Divina Commedia, Purgatorio, Canto VI)
Come nascono le due fazioni politiche che segnarono tanta parte di storia?
Siamo tra il XII ed il XIII secolo nel pieno delle lotte tra Impero e Papato.
In quel periodo in Germania si contrapposero i Duchi di Baviera della famiglia dei Welfen contro i sostenitori del Casato di Svevia della famiglia degli Hohenstaufen.
Alla morte del Enrico VI di Svevia e del successivo assassinio del fratello Filippo, si scatenò una furiosa lotta per la successione. Il Papa Innocenzo III proclamò prima nuovo Imperatore Ottone IV di Baviera e poi, il figlio di Enrico VI, Federico II. Due Imperatori e quindi due fazioni: chi era per Ottone IV divenne Guelfo e chi per Federico II divenne Ghibellino. I guelfi diventarono il partito che sosteneva il papato, opponendosi all’autorità degli imperatori del Sacro romano impero in Italia, mentre i ghibellini appoggiarono politicamente l’imperatore. Il partito guelfo finì tuttavia col diventare un movimento italiano, perché si schierò a favore dei principati e delle repubbliche cittadine che reclamavano per sé i diritti e le libertà municipali.
Ghibellini e Patarini
Dal campo della politica si passa facilmente al campo religioso e i guelfi che vedono nei ghibellini il principio antipapale dello stato soggetto alla chiesa, li sospettano eretici, li vogliono patarini[1]; i ghibellini che vogliono una nuova chiesa democratica fraternizzano con i patarini vagheggiatori di un ideale spirituale, che condanna la corruzione della chiesa. Da qui la confusione di ghibellino con patarino e una persecuzione sola indifferentemente per l’uno e per l’altro.
Anche ad Orvieto, dove la setta patarina è presente dalla fine del XII secolo, i ghibellini più o meno partecipi ne vennero pienamente coinvolti. Intanto la politica espansionistica di Orvieto era causa di gravi attriti con il Papa (questione di Acquapendente). Per ristabilire l’armonia tra Orvieto ed il Papa, il Comune fece ricorso al popolo romano, per chiedere un uomo gradito al Pontefice.
Il giovane Pietro de‘ Parenzi, di nobile famiglia romana, parve l’uomo adatto alla difficile impresa, e fu destinato a reggere come podestà per un anno con incarico, quasi, di legato del Papa stesso (Innocenzo III), la città di Orvieto ( febbraio 1199 ). Tuttavia il rimedio peggiorò la situazione. In breve venne ordita ed eseguita una congiura. Pietro Parenzi è brutalmente assassinato (21 Maggio 1199). Luca Signorelli ritrasse il cruento episodio sotto l’arco destro della meravigliosa Cappella Nuova del Duomo. I Ghibellini fautori del complotto furono perseguitati e si rifugiarono a Viterbo.
Il Papa ribenedisse il Comune.
La vittoria dei Guelfi
La vittoria del 1313 assicurò il trionfo del guelfismo. Già nel 1252 i Guelfi di Orvieto condotti dal capitano Monaldo Monaldeschi avevano difeso vittoriosi Montalcino, superando i ghibellini senesi, aretini e pisani.
Dopo la grande battaglia fra Guelfi e Ghibellini del 1313 fu ordinato che si demolissero tutti i palazzi e le case dei ghibellini. Fu una data di devastamenti memorabili.
Furono anche anni di lotte intestine ad Orvieto tra due famiglie patrizie: la guelfa Monaldeschi e la ghibellina Filippeschi, inoltre si aggiunsero lotte religiose tra i Malcorini filoimperiali ed i Muffati papalini.
Nell‘ XI e XII secolo, durante la formazione del comune, due corti poste nella piazza centrale cominciarono a disputarsi il predominio. Nella Piazza già Vittorio Emanuele dove sorge il palazzo municipale, era la corte di quella famiglia che poi prese il nome di Monaldeschi; e di fronte era la corte dell’altra famiglia che poi fu detta dei Filippeschi. Queste due casate di origine mercantile e cittadina si disputavano il primato, mentre si veniva consolidando il Comune.
Orvieto ,dopo anni di lotte intestine, ormai indebolita, fu conquistata nel 1354 dal Cardinale Egidio Albornoz, giunto da Avignone per ordine del Papa per ristabilire l’autorità della Chiesa. Dopo Albornoz Orvieto venne sottomessa da varie Signorie per ritornare nel 1450 a far parte dello Stato della Chiesa.
[1] – La Pataria, il movimento dei patarini, ha origine dalla reazione del clero di base e della borghesia, ma anche dei ceti più umili di Milano nei confronti di una alta casta ecclesiastica corrotta e simoniaca. Si diffuse in varie zone della Penisola e in Orvieto l’eresia patarina (Dichiarata tale da Papa Lucio III e di conseguenza perseguitata) allignò durante il vescovato di Rustico (1170-1182) e trovava ampi consensi nella parte rurale della Parrocchia di San Giovenale, nella zona che ancora oggi conserva il nome di „Patarina“.
Il miracolo di Bolsena
Nel 1263 un prete boemo, Pietro da Praga, che aveva dei dubbi sulla verità della transustanziazione, durante un vi. aggio da Praga a Roma, mentre celebrava messa presso la tomba di S. Cristina in Bolsena, vide stillare sangue dall’Ostia consacrata e bagnare il corporale e i lini liturgici. Il sacerdote, impressionato per l’accaduto, corse a Orvieto, dove risiedeva il Papa Urbano IV, il quale mandò a Bolsena il Vescovo Giacomo per sincerarsi dell’accaduto e portare ad Orvieto il lino insanguinato. Il Pontefice incontrò poi il Vescovo al Ponte di Rio Chiaro (attuale Ponte del Sole) e portato in Orvìeto il lino, macchiato del sangue di Cristo, lo mostrò al popolo.
Nel 1264 promulgò la Bolla „Transiturus“ che istituiva per tutta la cristianità la Festa del Corpus Domini nella città che fino allora era stata infestata dai Patarini neganti il Sacramerito dell’Eucarestia; per celebrare il prodigio si volle, specialmente da Francesco di Bagnoregio Vescovo di Orvieto, innalzare un tempio di splendore mai visto.
Già qualche settimana prima di promulgare questo importante atto – lo stesso Pontefice aveva preso parte, assieme a numerosissimi Cardinali e prelati venuti da ogni luogo e ad una moltitudine di fedeli, ad una solenne processione con la quale il sacro lino macchiato del sangue di Cristo era stato recato per le vie della città.
Nel 1337, apice della potenza di Ermanno Monaldeschi, suo fratello Beltramo dell’ordine dei Predicatori, Vescovo di Orvieto, faceva realizzare dall’orafo Ugolino di Vieri il Reliquiario del Corporale in oro, argento e smalti; dove in otto scene si racconta la storia del Miracolo di Bolsena. Nel 1338 il Reliquiario fu per la prima volta portato in processione il giorno del Corpus Domini e circa venti anni dopo era ultimato anche il tabernacolo che lo conteneva all’interno della Cappella del Corporale.
Da allora, ogni anno in Orvieto, la domenica successiva alla festività del Corpus Domini, il Corporale del Miracolo di Bolsena , racchiuso in un prezioso reliquiario viene portato processionalmente per le strade cittadine seguendo il percorso che tocca tutti i quartieri e tutti i luoghi più significativi della città.
La processione religiosa sfila insieme al Corteo Storico, indubbiamente uno dei più belli d’Italia, nel quale sono rappresentate tutte le magistrature dell’epoca comunale e gli stemmi e le armi delle famiglie gentilizie orvietane e che offre, sullo sfondo dell’incomparabile scenario dei monumenti e delle caratteristiche strade di Orvieto, uno spettacolo aItamente suggestivo ed indimenticabile.
La Piazza del Duomo
Girato l’angolo di palazzo Soliano si giunge alla piazza del Duomo, trovandosi davanti il fianco sud della cattedrale.
Da questo accesso secondario alla piazza, il duomo non è annunciato come dagli altri due principali accessi (quello dalla tortuosa via del Duomo e quello dalla via diritta posta sul prolungamento dell’asse della cattedrale), ma da qualsiasi parte si arrivi, l’isolamento del Duomo nella piazza che quasi lo circonda è evidente. Ad accrescere la monumentalità del Duomo – e, con essa, anche quella della piazza – concorrono da un lato le casette dei canonici e dall‘ altro la grande mole del palazzo Soliano (col palazzo vescovile sul fondo) . In parte preesistente ed in parte coevo al Duomo è il complesso dei palazzi vescovili e papali. Un vescovado vecchio esistente dal XII secolo, rinnovato alla fine del secolo e agli inizi del successivo dai vescovi, fu notevolmente ampliato per impulso di alcuni papi che risiedettero temporaneamente a Orvieto dal 1262 al 1284, cioè Urbano IV, Gregorio X e Martino IV.
Per un compromissorio accordo di pace del 1297 tra Bonifacio VIII e il Comune fu, invece, eretto il palazzo Soliano e i lavori proseguiranno con qualche interruzione per oltre mezzo secolo, cioè contemporaneamente a quelli del duomo.
Tutti questi palazzi subirono pesanti interventi di ristrutturazione interna visibili anche all‘ esterno specialmente nel Cinquecento e solo nell’ultimo secolo sono stati, come si dice, ‚ripristinati‘ nelle presumibili forme originarie.
Dalla parte opposta della piazza la pseudo schiera delle casette dei canonici si conclude sull‘ angolo di via del Duomo con la torre dell‘ orologio sulla quale fu installato nel 1349 – forse primo esempio di regolamentazione dei tempi di lavoro in un cantiere – l’automa di bronzo che sarà chiamato familiarmente ‚Maurizio‘, per l’assonanza con l’orologio del muriccio, cioè della fabbrica del duomo.
Sul lato della piazza davanti al duomo, anch’esso rettificato ma leggermente obliquo rispetto alla facciata, si trovano tre palazzi. Il palazzo dell’Opera del duomo che, dopo una sistemazione seicentesca della prima sede (1359), fu ampliato su progetto di Virginio Vespignani (1857) e portato a termine agli inizi del Novecento: nel palazzo è conservato gelosamente l’archivio della fabbrica del duomo.
A fianco un palazzo privato di impronta scalziana e, oltre la via, il palazzo (già Monaldeschi) che i conti Faina rinnovarono completamente alla metà dell’Ottocento, facendo anche decorare il piano nobile da una schiera di pittori, tra i quali quasi sicuramente v’era Annibale Angelini. Il palazzo è dal 1957 sede della fondazione per il Museo C. Faina e, recentemente restaurato, ospita le collezioni archeologiche e numismatiche della famiglia e i reperti etruschi orvietani.
A chiudere la piazza sul lato meridionale la chiesa di S. Giacomo Maggiore e l’ospedale, edifici preesistenti al Duomo ma del tutto rifatti: la prima in forme neoclassiche è attribuita al Valadier (1835) e il secondo, di cui si intravedono gli archi di ingresso, progettato da Paolo Zampi negli ultimi anni dell’Ottocento, conferma l’eclettismo dominante nell’architettura di quell‘ epoca.
Duomo – facciataLa costruzione della facciata continuò sotto la direzione di Andrea Pisano, Andrea Orcagna, Michele Sanmicheli, Antonio da Sangallo il Giovane che nel 1532 terminò il frontespizio, mentre le guglie furono innalzate solo nel 1607 da Ippolito Scalza, tre secoli dopo la posa della prima pietra. Nel 1800 sono stati riscoperti i due disegni su pergamena della facciata e uno dei quali almeno era stato, da vecchia data (1380), attribuito al Maitani. Confrontando i due disegni (i più antichi disegni italiani di architettura che si conoscano) l’uno con l’altro ed entrambi con la facciata e la controfacciata, si deduce che le due soluzioni proposte – così dette monocuspidata e tricuspidata – non sembrano della stessa mano, anche se in qualche modo complementari, e che la facciata fu costruita con una base più larga di quella prevista, probabilmente per nascondere il più possibile alla vista i nicchioni semicilindrici delle navate laterali. Un’ulteriore presa di distanza dal primitivo progetto è rappresentata dalla scelta dei materiali della facciata, dai quali sono bandite le pietre usate per i filari per far posto alla pietra rosa (di Prodo) e ad altri marmi bianchi e colorati. L’irrinunciabile eredità architettonica lasciata da Lorenzo Maitani sarà condizionante per il compimento dell‘ opera, e per almeno due secoli l’impegno nel cantiere del duomo sarà quello di completarla in conformità al progetto da lui parzialmente realizzato. Come data di riferimento per questa seconda fase della costruzione si può assumere quella dell‘ anno in cui il frontespizio della facciata sarà finalmente terminato, il 1532. Nel corpo di fabbrica dell’edificio intanto si concludono i lavori della tribuna – con la grande vetrata di Giovanni di Bonino (1334) – e quelli delle volte del transetto, si edificano poi verso settentrione la sacrestia e la cappella del Corporale decorata con un ciclo di affreschi da fra Giovanni di Buccio Leonardelli e Ugolino di Prete Ilario (1357-1364) e quest’ultimo, orvietano, affrescherà insieme a Cola Petruccioli e Andrea di Giovanni anche le pareti della tribuna (1370-1380), dove successivamente interverranno il Pinturicchio e Antonio da Viterbo detto il Pastura (1492-1499). Sul lato meridionale si edificano invece la Cappella Nuova o di S. Brizio, iniziata a decorare dal Beato Angelico e da Benozzo Gozzoli (1447-1449) e conclusa dagli affreschi di Luca Signorelli (1499-1504), e la libreria Albèri, anch‘ essa affrescata (1498-1503). Contemporaneamente proseguono i lavori della facciata, interrotti per alcuni anni dopo la morte del Maitani, con l’intervento di altri artisti come Andrea Pisano (1347-1348) o Andrea Orcagna (1358-1362) che innalza il rosone, completato con le nicchie laterali per le statue (1372-1388). Costruito il rosone si nota che le proporzioni della facciata non corrispondono più a quelle del disegno e occorreranno molti anni per prendere la decisione di modificare il progetto; risolverà il problema Antonio Federighi, disegnando e realizzando un non previsto ordine di nicchie sopra il rosone per recuperare l’equilibrio tra l’altezza e la base allargata all’inizio (1451-1455). «Frons altissima et admodum lata» scriveva Enea Silvio Piccolomini nei suoi Comentarii della facciata del Duomo che aveva visto nella sua visita papale del 1460. La facciata infatti era molto più larga (40 metri contro 23) di quella del Duomo di Siena – alla quale il Piccolomini forse mentalmente la paragonò – e già più alta, benché restassero ancora da innalzare le guglie sulle quattro colonne e il frontespizio al centro: si inizia con la guglia alta di sinistra (1505, ma completata nel 1569), poi si mette mano al frontespizio con Michele Sanmicheli, nuovo architetto della fabbrica (1513), e alla guglia alta di destra (1516, ma completata da Antonio da Sangallo il Giovane su suo disegno nel 1534) e si termina infine il frontespizio (1532); le ultime due guglie saranno terminate da Ippolito Scalza nel 1590 (quella di destra) e nel 1605-1607 l’altra, dopo il terzo centenario dalla fondazione. La facciata del Duomo non era soltanto una sfida architettonica anzi, era stata concepita come sintesi espressiva di tutte le arti figurative in cui scultura e mosaico, cioè pittura, dovevano contribuire in maniera determinante ed equilibrata alla formazione di un’opera d’arte unitaria e unica.
Dal 1350 circa incominciarono i lavori nella parte settentrionale del transetto , a sinistra della tribuna, si delineava la Cappella del Corporale.
Dal 1357 al 1364 sulle pareti della Cappella Ugolino di Prete Ilario ed i suoi discepoli, tra cui si ricorda un Fra Giovanni di Buccio Leonardelli, riproducevano le scene già smaltate nel reliquiario ed altre ancora, scrivendo sotto ogni quadro un brano illustrativo, dettato nel 1362 da un certo “Ser Checco di Pietro” Cappellano di S. Maria, con la paga di un fiorino.
Negli stessi anni , il lavoro in ferro che Matteo di Ugolino da Bologna aveva cominciato dal 1355 al 1362 per la cancellata della Cappella del Corporale dopo la sua morte, fu terminato da Giovanni di Michelaccio da Orvieto che vi aggiunse il coronamento a cuspidette e guglie (1366).
Nella volta della cappella furono affrescati i simboli, le profezie e la dottrina dell’Eucaristia; nella parete settentrionale la Crocifissione, nella parete orientale la storia del miracolo di Bolsena e nel resto delle pareti vari miracoli del Sacramento.
La Cappella Nova o di San Brizio
All’inizio del Quattrocento fu deciso, come si era fatto in precedenza per la cappella del Corporale, di utilizzare i contrafforti e gli archi rampanti costruiti dal Maitani per aggiungere al duomo un’altra cappella, la Cappella Nova o di S. Brizio, i cui lavori saranno conclusi nel 1444, ponendosi allora il problema della decorazione. Tra i pittori famosi del tempo la scelta cadde sul Beato Angelico col quale l’Opera del Duomo stipulò un contratto nel 1447, e nello stesso anno il pittore si trasferì a Orvieto con la sua équipe, di cui facevano parte Benozzo Gozzoli e altri aiuti ai quali si aggiunse l’orvietano Pietro di Nicola Baroni.
Il tema degli affreschi stabilito con l’Angelico fu il Giudizio Universale – non nuovo nella cattedrale orvietana – e i lavori iniziarono subito, ma subirono un’interruzione dopo che furono dipinti i costoloni delle volte e soltanto due vele, quelle con il Cristo Giudice e con il Coro dei Profeti. Passeranno cinquant’anni esatti (1449-1499) perché dopo qualche perplessità sulla scelta del pittore si affidasse a Luca Signorelli l’incarico di completare un’opera appena iniziata. Luca Signorelli giungeva così in Orvieto con fama di “ famosissimus pictor in tota Italia”. Il tema naturalmente rimase lo stesso e, almeno per le altre vele delle volte (per due delle quali l’Angelico aveva fatto anche i disegni) rimase inalterato anche l’impianto compositivo, ma il programma iconografico delle pareti fu certamente rivisto e modificato dal pittore cortonese sulla scorta delle precise indicazioni di teologi quasi sicuramente domenicani e umanisti come Antonio Albèri, che trasferì la sua biblioteca proprio accanto alla cappella e la fece decorare con i ritratti di scrittori antichi, i cui nomi ebbe l’accortezza di far iscrivere, ciò che non avvenne nella cappella neanche per gli Uomini illustri rappresentati sullo zoccolo.
Il Signorelli completò innanzi tutto le due vele mancanti sulla volta iniziata dall‘ Angelico, dipingendovi simmetricamente rispetto a quelle esistenti i Simboli della Passione e il Coro degli Apostoli; poi si occupò della volta verso !’ingresso e, usando lo stesso schema piramidale, dipinse lungo l’asse principale della cappella l’Esercito dei Martiri e la schiera delle Vergini con ai lati il Ceto Nobile dei Patriarchi e il gruppo dei Dottori. Avendo a questo punto dimostrato di essere all‘ altezza dell‘ incarico affidatogli ottenne maggior fiducia e libertà per affrontare nel 1500 – a metà del millennio – le tematiche più creative e anche più umane collegate al Giudizio divino da dipingere sulle pareti.
Dividendo con accorgimenti prospettici in due parti le superfici delle pareti, Signorelli predispone scenograficamente al disopra del cornicione orizzontale centrale lo spazio illusorio che accoglierà, adattandole ai comparti architettonici, le grandi scene evocate dal Giudizio Universale,
Sulla parete di fondo, parzialmente coperta nel 1715 dall’altare barocco realizzato da Bernardino Cametti, il primo effetto del Giudizio: alla destra del sovrastante Cristo Giudice gli Eletti, alla sinistra i Dannati; al centro, sotto il finestrone, è stata ritrovata durante i recenti restauri la figura di un uomo che si morde la mano e vi si è voluto riconoscere Caino. Conseguentemente, sulle pareti opposte della campata contigua le due scene del Paradiso e dell’Inferno, dense di corpi aggrovigliati da un lato ed estatici dall’altro, sovrastati rispettivamente da angeli musicanti e da angeli armati, le cui diverse mansioni non sembrano intercambiabili. Sulla parete d’ingresso sono rappresentati gli eventi apocalittici della Fine del Mondo e sulle pareti contigue ciò che la precederà e la seguirà, cioè la Predicazione dell’Anticristo con le storie premonitrici e la Resurrezione della carne, dove gli scheletri si riappropriano dei nudi corpi giovanili, come stabilito da S. Agostino e S. Tommaso.
La progressione logica delle scene – Anticristo, Finimondo, Resurrezione della carne, Giudizio, Eletti/Paradiso e Dannati/Inferno – è relativa rispetto alla composizione d’insieme così razionale e al tempo stesso così fantastica, così convincente eppure incredibile, forte rappresentazione realistica e pura finzione. Un viaggio nell‘ altro mondo che ci si può permettere soltanto da vivi, in questo mondo.
L’unico modo corretto ,che si può consigliare al visitatore, per ammirare il capolavoro del Signorelli lo suggerisce lui stesso, ritratto in un angolo mentre guarda la sua opera. Se su quest‘ autoritratto del Signorelli non sussistono dubbi, già identificare la figura di ecclesiastico dipinta al suo fianco, che molti ritengono un ritratto ideale dell’Angelico, diventa problematico, anche se esistono buone probabilità per un’ipotesi meno emotiva (e meno ovvia) che farebbe pensare per quel secondo testimone del Giudizio ad un influente personaggio allora in vita come l’arcidiacono Antonio Albèri, il quale, oltre ad essere stato il più probabile suggeritore dei contenuti degli affreschi, era anche sufficientemente esibizionista, al punto da farsi ritrarre all’ombra del pittore. Ancor più difficile è riconoscere personaggi storici tra la folla di persone della scena accanto con la figura centrale dell‘ Anticristo, intorno al quale si sono voluti individuare Cesare Borgia (il Valentino), il Pinturicchio, un Monaldeschi, due Baglioni, tre Vitelli e ancora Pandolfo Petrucci, Cristo- foro Colombo, Pio II. Anche le testine già dipinte dal Gozzoli e dal Baroni negli esagoni lungo i costoloni delle volte sono ritratti destinati a rimanere anonimi. Meno inquietante, ma ugualmente arduo, è stabilire i significati di molte scene e ricollegarli ai testi o alle credenze che li ispirarono: si parla tra l’altro del De Civitate Dei di Agostino e della Legenda aurea di Jacopo da Varagine. Anche per la parte basamentale dipinta nella cappella al disotto del cornicione – che simbolizza il supporto della cultura classica alla base di ogni invenzione esiste il problema dell’identificazione degli Uomini illustri: eccettuato Dante – secondo ritratto sulla parete a sinistra entrando, con le quattro scene monocrome del suo Purgatorio intorno – ed Empedocle, l’unico rimasto visibile sulla parete d’ingresso, sulla cui identità si concorda quasi unanimamente, per tutti gli altri si può fornire al visitatore soltanto una rosa di nomi supposti da attribuire agli illustri… sconosciuti. Secondo i vari studiosi nei rimanenti sei ritratti ideali dipinti sulla zoccolatura si potrebbero riconoscere (in ordine alfabetico): Roberto Barbi, Cicerone, Claudiano, Esiodo, Giovanni Evangelista, Lucano, Nicolò d’Angelo, Omero, Orazio, Orfeo, Ovidio, Petrarca, Sallustio, Stazio, Tibullo e Virgilio.
Nello zoccolo dipinto a grottesche come su arazzi di cuoio (dove si è vista la mano del giovane Girolamo Genga) trovano anche posto due piccole cappelle: quella dei Corpi Santi, con il Compianto sul Cristo morto (in cui si vuole che il Signorelli abbia ritratto il figlio prematuramente scomparso) con i martiri Faustino e Pietro Parenzo, e quella settecentesca della famiglia Gualterio.
Sembra evidente che nel ciclo orvietano non è rappresentata soltanto una Fine del mondo avveniristica, ma piuttosto la fine di un mondo, quello medievale, che si faceva apparire per la prima volta in un remoto passato.
Pozzo di San Patrizio
A destra della funicolare, in fondo al viale Sangallo, si erge una bassa e poco appariscente costruzione circolare, con due porte diametralmente opposte, che costituisce l’ingresso al pozzo di San Patrizio, così chiamato per il riferimento al famoso e profondissimo pozzo irlandese intitolato al santo.
Dopo la vittoria militare e diplomatica del cardinale Egidio Albornoz, i suoi capitani e i suoi vicari non si sentivano tranquilli senza strutture fortificate e, come in tutte le città sottomesse dello Stato Pontificio, anche a Orvieto fu decisa la costruzione di una rocca addossata alla Porta Postierla o Soliana, detta poi Porta Rocca, sul limite estremo orientale della rupe. La prima fortificazione, iniziata nel 1364, fu quasi sicuramente concepita da Ugolino di Montemarte architetto militare dell‘ Albornoz, la cui famiglia contile aveva possedimenti e castelli nel territorio orvietano – coadiuvato da Giordano Orsini: di forma quadrilatera, con un palazzotto contiguo alla porta e altre strutture di servizio lungo le mura, la rocca era protetta da un fossato con due ponti levatoi.
Distrutta pochi anni dopo essere stata edificata (1390), una rocca nova fu ricostruita da Antonio da Carpi sul vecchio perimetro, con l’aggiunta di un rivellino circolare (1450-1452) e completata con la supervisione di Bernardo Rossellino.
Oltre ai periodici riattamenti di cui la fortezza necessitava a seconda delle circostanze, un evento eccezionale come il sacco di Roma del 1527 e la fuga di Clemente VII a Orvieto determinarono anche un intervento straordinario: la costruzione del pozzo.
Già nella rocca trecentesca non si era sottovalutato il problema vitale dell’approvvigionamento idrico, risolvendolo con una cisterna e un prolungamento dell‘ acquedotto pubblico, due sistemi che, deteriorati nel tempo, non davano più garanzie di autonomia.
Perciò Clemente VII, insieme a un pozzo e due cisterne in città, ordinò la costruzione di un altro pozzo ad uso esclusivo della rocca, e della progettazione fu incaricato Antonio da Sangallo il Giovane, l’architetto che si stava occupando delle fortificazioni della rupe e che già aveva fatto indagini metriche e sopralluoghi per localizzare le falde acquifere attraverso le fonti d’acqua sorgiva che sgorgavano ai piedi del masso tufaceo.
Individuato il sito adatto vicino alla rocca, per rispondere alla pratica esigenza di trasportare l’acqua dal fondo del pozzo in superficie, facendo discendere e risalire bestie da soma senza che si incontrassero, il Sangallo – memore della chiocciola del Belvedere in Vaticano – ideò una doppia gradonata elicoidale sviluppata intorno ad un cilindro profondo 53,15 metri; il doppio percorso a spirale, scavato nel tufo fin quasi a metà e poi costruito in mattoni, era aerato e illuminato dall‘ alto attraverso settanta finestroni.
Le due scalinate sono composte di 248 gradini ciascuna. È interessante, a distanza di secoli, notare che la doppia rampa disegnata da Sangallo per motivi di carattere pratico (la forma più semplice ed efficace allo scopo) è identica, geometricamente parlando, alla doppia elica del DNA scoperto nel 1951.
Curioso anche il gioco della prospettiva visiva, nel senso che chi scende si trova ad affacciarsi proprio di fronte a chi sale, mentre gli appare distante chi, procedendo nella stessa direzione, si trova appena qualche passo sopra o sotto.
Sul fondo il livello dell’acqua, alimentata da una sorgente naturale, si mantiene costante per via di un emissario che fa defluire la quantità eventualmente in eccesso e il ponte che unisce le due scale è sempre praticabile, consentendo l’uscita attraverso la porta di uguale fattura, ma in direzione opposta a quella d’ingresso.
Il pontefice incaricò Benvenuto Cellini di coniare una medaglia, oggi conservata ai musei vaticani, con la scritta „UT POPULUS BIBAT“ („perché il popolo beva“), dove è rappresentato Mosè che colpisce con la verga una roccia da cui sgorga l’acqua davanti al popolo ebreo in fuga, mentre uno di essi ne attinge con una conchiglia.
Sull’entrata la scritta „QUOD NATURA MUNIMENTO INVIDERAT INDUSTRIA ADIECIT“ („ciò che non aveva dato la natura, procurò l’industria“) celebra la potenza dell’ingegno umano capace di sopperire le carenze della natura.
Clemente VII non vide mai realizzata l’opera, che fu portata a termine da Simone Mosca nel 1543, quando sul soglio pontificio sedeva Paolo III.
I lavori del pozzo assunsero anche il significato di un involontario scavo archeologico, perché „in fundo putei“ furono trovati corredi funerari di tombe etrusche e quel precoce ritrovamento non desta oggi alcuna sorpresa essendo ben visibile, a pochi metri dal pozzo, il Tempio del Belvedere, forse dedicato a Tinia e datato alla fine del V secolo a.C. anche in base alle belle terrecotte architettoniche che lo ornavano.
Quasi un prototipo del tempio etrusco-italico descritto da Vitruvio nel De Architectura, il Tempio del Belvedere fu scoperto per caso mentre si apriva la Cassia Nuova nel 1828 e definitivamente portato in luce nel 1923.
Il pozzo della rocca fu riconosciuto subito come una delle ‚tre meraviglie di Orvieto‘ e divenne presto un’attrattiva per i viaggiatori, ma soltanto nell’Ottocento assunse la denominazione proverbiale di Pozzo di S. Patrizio, dopo un temporaneo uso come purgatorio di S. Patrizio favorito dai frati del vicino convento dei servi di Maria (che ben conoscevano la leggenda del patrono d’Irlanda già nota a uno dei loro padri fondatori, Filippo Benizi) quando la rocca aveva perduto la sua funzione militare e non vi erano più acquartierate truppe pontificie.
Anche i serviti si trasferirono in un altro convento, ed al pozzo rimase solo l’appellativo di S. Patrizio senza più riferimento al purgatorio.
da Vedere
Il Duomo , costruito tra il 1290 e il 1320, con la sua facciata di marmo e mosaici e‘ una chiesa in stile Gotico Romanico. Dentro al Duomo gli affreschi di Luca Signorelli (1499) nella Cappella di San Brizio.
Il Pozzo di San Patrizio costruito nel periodo 1527-1537, su progetto di Antonio da Sangallo, e la sua famosa scalinata a doppia elica per scendere nel pozzo (62 metri, 248 scalini per ogni rampa) e risalire senza incontrare chi sta scendendo, usata in passato per prelevare acqua con dei muli.
Il Palazzo del Capitano del Popolo (1160), che era il centro del potere nel medioevo e‘ stato adesso trasformato in un centro per i congressi.
Accanto al Duomo Palazzo Soliano, che fu la residenza del Papa e‘ oggi un museo di arte medievale. Al piano della piazza c’e‘ il museo dello scultore contemporaneo Emilio Greco che e‘ anche l’autore delle nuove porte del Duomo (1968).
Le Tombe Etrusche ai piedi della rupe. e il Museo Etrusco di fronte alla cattedrale.